Convegno sulla letteratura per l’infanzia

2 luglio 2009

Salerno 11-12 Giugno 2009
Università degli Studi di Salerno (Fisciano)
Facoltà di Lingue e Letterature Straniere
Facoltà di Scienze della Formazione
Dipartimento di Studi Linguistici e Letterari
Provincia di Salerno (Sala Bottiglieri)

Convegno internazionale
Giornate di studio sui classici delle letterature per l‛infanzia e la gioventù

Video a cura di Massimiliano Nespola e Mariella Pugliesi, Scuola di giornalismo 2008-2009

Ape/Epa fra UE e Africa, Caraibi, Pacifico. Ma a vantaggio di chi?

25 aprile 2009

Silvia Koch, 17 aprile 2009

La programmazione regionale del decimo Fondo Europeo di Sviluppo (Fes) dipenderà dall’esito dei negoziati degli Economics Partnerships Agreement (Epa). Se le trattative non si dovessero concludere entro i limiti stabiliti, è utile ricordare che l’elargizione del Fes coincide con la deadline fissata per questi stessi accordi, ovvero il primo gennaio 2008. I 95 milioni di euro stanziati per i programmi regionali verranno decurtati del 45%. Un taglio del 26% verrà effettuato, invece, se l’accordo Epa non concernerà misure relative alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e alla liberalizzazione degli investimenti come dei servizi“.

Questa frase compariva in una mail scritta il 30 luglio 2007 da Francesco Affinito, allora responsabile dello sviluppo per l’area Pacifico presso l’Unione europea.[1] Il messaggio era indirizzato ai ministri del commercio degli Stati Acp (ex-colonie dell’Africa, dei Carabi e del Pacifico), in quei giorni riuniti a Vanuatu per discutere, appunto, degli Epa. Il significato delle parole di Affinito è chiaro: “cari ministri, se volete i soldi dovete firmare gli Epa”. Così, il vecchio continente poneva delle condizionalità sugli aiuti, al fine di spingere i paesi Acp ad accettare la liberalizzazione commerciale. Una partnership tra un gatto e un topo, più che una cooperazione per promuovere uno sviluppo economico globale e coerente.

Eppure, in origine gli Epa erano stati presentati come una soluzione alla diseguale distribuzione delle risorse nel mondo. L’idea alla base di questi accordi di partenariato, sottoscritti a Cotonou (Benin) nel 2000, è riconducibile allo spirito che ha animato nel 1975 l’incontro di Lomé, capitale del Togo. In tale occasione, l’Unione Europea si è impegnata ad assicurare un trattamento speciale alle ex-colonie (i paesi Acp), nell’ambito delle relazioni commerciali. Il principio delle “preferenze commerciali non reciproche“, che, si pensava, avrebbe consentito agli Stati poveri di uscire dalla condizione di sottosviluppo, ha ispirato la prima Convenzione di Lomé, come anche numerosi altri trattati, firmati in seguito al fine di rinnovare gli impegni sottoscritti nel 1975.

Un nuovo approccio alle relazioni economiche dunque, che si poneva come obiettivo la nascita di una zona di libero scambio fra Europa, Africa, Caraibi e Pacifico, in modo da creare le condizioni per una maggiore uguaglianza fra gli Stati e la possibilità, per le 76 ex-colonie, di beneficiare delle opportunità derivanti dal commercio con l’Ue. Strumenti privilegiati da questa teoria del mercato unico dovevano essere l’integrazione regionale Sud-Sud e un rafforzato rapporto di fiducia fra Nord e Sud (che avrebbe favorito un incremento dell’investimento privato nei paesi più poveri). Nel 2002 solo il 3% delle importazioni dell’Ue era costituito da prodotti provenienti dai paesi emergenti dell’Acp e il 65% di tali esportazioni era rappresentato da materie prime. Gli Epa apparivano, allora, come una misura non solo adeguata, ma urgente.

In seguito, numerosi studi hanno fatto notare che il 97% delle merci importate dalla zona Acp erano già esenti dai dazi (il che dimostra che il mercato comune avrebbe portato giovamento solo all’Ue). Inoltre, alcuni ricercatori hanno provato a quantificare i costi immediati e di lungo periodo degli Epa sui paesi Acp. Paradossalmente, la liberalizzazione sfrenata degli scambi economici si è tradotta in un’invasione di merci e investimenti europei sulla scena mondiale. L’apertura non controllata dei mercati ha avviato, così, un rapporto tra partners diseguali, privando i paesi Acp di tutta una serie di protezioni sulle proprie produzioni, loro indispensabili per non soccombere alla concorrenza internazionale.

Il Commonwealth Secretariat ha stimato che nei primi cinque anni di applicazione degli accordi gli Stati contraenti avrebbero subito una perdita di 9,2 miliardi di dollari, in termini di gettito fiscale, posti di lavoro, industrie costrette a chiudere sotto la pressione della concorrenza europea, spese di adeguamento delle proprie strutture produttive e amministrative. Stiamo parlando di previsioni che non considerano, fra l’altro, l’impatto sociale, ambientale e l’ipoteca su ogni possibilità di sviluppo autonomo futuro.

A sua volta, l’Uneca, la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa, ha stimato che, come conseguenza dell’abbassamento dei dazi, la Nigeria avrebbe perso, sempre a causa dello sgravio fiscale, 427 milioni di euro; il Ghana 193 milioni; il Cameroon 149 milioni; infine il Kenya 107 milioni. Per fornire un elemento comparativo, la riduzione delle entrate pubbliche per l’Uganda sarebbe stata equivalente alla spesa annuale destinata dal paese all’istruzione.

Nel 2003 la stessa Unione europea ha commissionato alla PricewaterhouseCoopers[2] uno studio sulle conseguenze degli Epa, dal quale emerge che tali accordi contribuiranno a soffocare la nascita di un’industria nazionale, a ridurre le esportazioni dei prodotti tradizionali, infine a favorire l’esplosione di conflitti interni e lotte per le risorse, nei paesi in via di sviluppo.

L’Africa non ha bisogno di più commercio internazionale e nemmeno di più aiuti, se la condizione è l’apertura dei propri mercati. Ha bisogno semplicemente di regole economiche più giuste che gli Epa non le garantiranno. È necessario un maggior coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni contadine dei paesi Acp nei negoziati, allo scopo di ricondurli finalmente alla loro originaria dimensione di sviluppo“. È questa la tesi del movimento “L’Africa non è in vendita”, che si è sviluppato dopo che questa serie di studi approfonditi hanno fatto luce sulle reali conseguenze degli Epa. Un movimento che coinvolge numerose associazioni della società civile italiana, tutte impegnate nella critica serrata al liberismo commerciale promosso Omc (Organizzazione Mondiale del Commercio) e dall’Unione europea.

Chi pagherà, ancora una volta, il prezzo di una liberalizzazione sfrenata, se a questo approccio partecipativo non verrà lasciato spazio? I paesi Acp hanno più volte chiesto all’Ue di risolvere la questione dei costi di attuazione attraverso uno stanziamento di fondi da includere negli accordi Epa. Tuttavia, questa proposta è stata sempre rifiutata, dal momento che - si è detto- “gli Epa sono strumenti prettamente commerciali, che esulano, quindi, dal settore degli aiuti. Il supporto economico andrebbe piuttosto delegato al Fes”. Si tratta di un fondo intergovernativo il cui ammontare è frutto dello stanziamento di ogni singolo paese membro e la cui gestione è affidata alla Commissione europea. Nel 2007, in occasione della formulazione della decima edizione del fondo, l’Ue ha affermato più volte che una parte significativa sarebbe stata dedicata a programmi regionali e nazionali di integrazione e assistenza al commercio.

Ma la condizione posta dall’Europa affinché i paesi poveri possano godere di queste risorse monetarie è spiegata bene dalle parole di Affinito, con le quali abbiamo aperto l’articolo. “Sottoscrivere un trattato, al fine di ottenere i soldi necessari ad arginare i danni derivati da quello stesso negoziato”. Un cane che si morde la coda, insomma.


[1] Nel 2007 la mail era stata resa pubblica da Oxfam Nuova Zelanda.

[2] La Pwc è una società multinazionale specializzata nella consulenza in materia fiscale, di revisione del bilancio, di outsourcing contabile e legale.

LA FRONTIERA EUROMEDITERRANEA: IL CASO ITALIA-LIBIA

15 aprile 2009

di Dina Galano


Il Ministro degli Interni italiano ha fissato al prossimo 15 maggio l’avvio dei pattugliamenti congiunti di unità italiane e libiche nelle acque mediterranee, volti ad ostacolare l’immigrazione irregolare diretta verso Lampedusa e le coste meridionali della Sicilia. Sarebbe il passo attuativo dell’accordo siglato dai due Paesi il 30 agosto 2008 a Bengasi finora rimasto pressoché sulla carta. Soltanto lo scorso febbraio, infatti, la legge di ratifica del testo che porta la firma congiunta del Presidente del Consiglio Berlusconi e del Generale Gheddafi, è stato approvato dal Parlamento italiano e ha assunto natura di legge (L. 7/2009). Il ritardo, a fronte dell’emergenza sbarchi e dell’esasperazione delle condizioni di permanenza nei luoghi di accoglienza italiani, è ancor meno giustificabile da parte di un Governo che ha regolato le politiche di migrazione con manifesta urgenza e allarmistica preoccupazione. Si è scelto un patto bilaterale, dunque, tra due nazioni la cui storia è stata intrecciata dall’esperienza della colonizzazione, che in questa occasione ha trovato pacifico epilogo, con tanto di risarcimento danni da parte dello Stato italiano. Un intero capo del “Trattato di amicizia, partenariato e cooperazione” è infatti dedicato alla risoluzione delle controversie passate, superate attraverso l’impegno ventennale che l’Italia ha deciso di sostenere con la realizzazione di progetti infrastrutturali e culturali sul territorio libico. L’ammontare previsto per onorare il debito è fissato in 5 miliardi di dollari americani. Si va dalla erogazione di borse di studio per studenti universitari al ripristino delle pensioni di guerra ai titolari libici, civili o militari, fino alla restituzione di manoscritti e altre opere sottratte nel periodo coloniale. Ma è l’articolo 19 che merita grande attenzione: si legge l’intenzione di intensificare “la collaborazione in atto nella lotta al terrorismo, alla criminalità organizzata, al traffico di stupefacenti e all’immigrazione clandestina”. E i due comma seguenti rivelano anche le modalità dell’azione congiunta, che ha il suo fulcro nella costruzione di un sistema di controllo delle frontiere terrestri libiche. Vi si intravede la consapevolezza che la Libia non è paese di immigrazione, bensì la destinazione provvisoria dei migranti di diverse aree dell’Africa, in particolare di quella sub-sahariana, in attesa di trasferimento nel Vecchio Continente. Secondo lo stesso accordo il Governo italiano sosterrà il 50% dei costi, mentre per il restante 50% le due Parti chiederanno all’Unione Europea di farsene carico, “tenuto conto delle Intese a suo tempo intervenute tra la Grande Jamahiria e la Commissione Europea”. Se da un lato non si comprende bene a quali Intese il documento faccia riferimento, è altresì dubbia la copertura finanziaria richiesta per tale genere di operazione. Si calcola un gravame di diverse centinaia di milioni di euro, a carico dell’Italia nei prossimi anni, che la legge di ratifica ha stabilito sarà coperto con l’imposizione di un’addizionale, pari al 4% degli utili, sull’imposta IRES delle società che svolgono determinate attività (per esempio, di ricerca nel settore petrolifero).

Il coinvolgimento indiretto della Comunità europea nell’ambito del partenariato esclusivo Italia-Libia dimostra tutta l’eccentricità di un modello che preferisce la forma dell’accordo a quella del trattato multilaterale, mentre contemporaneamente richiama la fedeltà all’Europa quando il programma supera le capacità, non solo finanziarie, di gestione bilaterale. E sotterranea scorre l’accusa: dove si trova confinata l’Europa in questo orizzonte di autodeterminazione degli Stati-membri? Parte di responsabilità va certo attribuita all’inerzia delle sue istituzioni, che dall’esperienza di Barcellona – dalla quale la Libia si è sempre tenuta fuori – fino ai giorni nostri ha prodotto una sostanziale inattuazione dei medesimi propositi che si era posta. Parte, a ben vedere, alla sua solerzia. Le recenti iniziative condotte a livello comunitario si sono mosse nella direzione dell’esternalizzazione delle procedure di rimpatrio e di detenzione amministrativa, in qualche caso servendosi di apposite agenzie. La missione tecnica Frontex (Agenzia europea per la gestione della cooperazione operativa alle frontiere esterne, istituita nel 2004) ha visitato la Libia tra il 28 maggio e il 5 giugno 2007. Ne è risultato un bilancio non certo di favore, in cui emergono difficoltà di controllo dovute alla situazione geopolitica, ai mezzi e alle dotazioni (insufficienti) di personale addetto al monitoraggio delle coste, nonché il pericolo di gravi violazioni dei diritti umani. In tutta risposta è arrivata la proposta da parte della Commissione europea di riapertura di negoziati di rafforzamento delle relazioni tra UE e Libia con l’obiettivo, poi fallito, di chiudere un primo accordo entro il 2008.

Nel quadro delle politiche globali si è prevista la realizzazione, entro il 2010, di un “regime europeo comune in materia di asilo e immigrazione” che avrebbe il compito di armonizzare le legislazioni nella strategia di contrasto all’immigrazione (soltanto) irregolare. Le risorse complessive messe a disposizione per il periodo 2007-2013 sono stimate in 384 milioni di euro e serviranno per coadiuvare i Paesi terzi nel controllo delle frontiere e del transito dei migranti sul proprio territorio. Una somma da distribuire su un arco temporale di sei anni e destinata ad un numero copioso di Paesi. Una somma che l’Italia spenderà in un solo anno per la collaborazione con la Libia e con gli altri Stati Nordafricani, come Egitto e Tunisia. Ma ciò che desta i maggiori sospetti è l’approccio seguito, che cavalca la teoria della cosiddetta “condizionalità migratoria”. Si tratterebbe di una sorta di patto transattivo in cui il maggior impegno nelle attività di controllo, arresto e respingimento nei Paesi d’origine dei migranti in transito viene contraccambiato con aiuti economici oppure con regimi di favore per l’ingresso legale dei cittadini dei Paesi amici. E, osservata da quest’angolo visuale, la prospettiva bilaterale non pare discostarsi da quella comunitaria.

Il sogno europeo

8 aprile 2009

Sognavano l’Europa le diverse centinaia di persone che sono partite sabato scorso dal porto tunisino di Sidi Bilal su tre barconi. Ad accoglierle hanno trovato il mare. Solo una delle tre barche, sulla quale viaggiavano circa 350 persone, è stata tratta in salvo da un rimorchiatore italiano. Si ipotizza che le altre due siano affondate o disperse; il governo tunisino ha interrotto le ricerche, dopo aver tratto in salvo 23 superstiti e rintracciato 21 cadaveri.

Secondo quanto dichiarato dal funzionario dell’Organizzazione Internazionale delle Migrazioni Boumbassei, sulle navi viaggiavano curdi, somali, eritrei, algerini, marocchini, palestinesi, tunisini. Si calcola che oltre 200 persone abbiano perso la vita; essi vanno ad aggiungersi ad una lunga lista: dal 1988 circa 13.761 persone sarebbero morte attraversando il Mediterraneo; tra queste, circa 5.444 sarebbero ancora disperse nelle sue acque.

Il mare spaventa, ma gli sbarchi continuano, perché il rischio non conta se il viaggio offre un futuro nuovo. Paradossalmente a credere nel sogno dell’Europa non sono i suoi aspiranti cittadini, ma coloro che essa chiama clandestini.

La crisi mondiale ha reso evidenti le debolezze politiche ed economiche dell’Unione Europea. Davanti alle incertezze finanziarie, ciascun governo ha preferito adottare proprie misure, pragmatiche e immediate, piuttosto che dedicarsi a una rigorosa concertazione comune che sarebbe stata certamente più lenta e rischiosa.

Ciò prova, tuttavia, la diffidenza degli Stati verso gli organismi, gli strumenti e le risorse di cui l’Unione Europea dispone. Ancora una volta, si sceglie la via nazionale, confidando sulle proprie forze e confinando il progetto europeo a un mero ideale perseguibile solo in tempo di pace.

Negli ultimi mesi, vi sono state continue violazioni delle disposizioni e della natura stessa del trattato comunitario. Considerevoli aiuti sono stati elargiti a settori industriali, in completa deroga ai vincoli concorrenziali che furono alla base dell’unione economica.

Nei summit europei, la pianificazione e la distribuzione dei finanziamenti hanno fatto emergere le fratture interne e le contrapposizioni politiche. Se diverse sono le velocità dei Paesi membri, diverse sono anche le loro esigenze e il costo di soddisfare tutti risulta essere sempre più alto.

Secondo quanto rilevato dall’Eurostat, la disoccupazione nell’Unione Europea ha raggiunto ormai il 7,9%, aumentando dell’1,3% rispetto all’anno precedente. Destano preoccupazione anche le variazioni mensili, poiché, solo tra i mesi di gennaio e febbraio, 478.000 persone avrebbero perso il lavoro. La situazione peggiore si riscontra nei Paesi appartenenti all’Unione monetaria (UEM), in cui ci sono 13 dei 19 milioni di disoccupati europei.

Il presidente della Commissione dell’Unione Europea Barroso prevede che il tasso di disoccupazione potrebbe aumentare ancora nel corso del 2009 fino a toccare il 10%.

Quasi dieci anni fa, si pensava che nel 2010 l’Unione Europea avrebbe raggiunto la piena occupazione. Capi di Stato e di governo riuniti nel Consiglio europeo formulavano i punti della cosiddetta strategia di Lisbona che avrebbe fatto dell’Unione europea l’economia più competitiva del mondo. Essa disponeva il coordinamento di piani nazionali diretti a promuovere la ricerca e lo sviluppo, la formazione e l’allargamento della conoscenza individuale e collettiva. Il vantaggio dell’economia europea sarebbe consistito nella continua specializzazione produttiva e innovazione tecnologica, garantita da una società sempre più informata e avanzata.

A un anno dalla scadenza, possiamo dire che l’obiettivo prefissato verrà clamorosamente disatteso. La crisi l’ha reso materialmente impossibile, ma le politiche dei governanti europei non si sono attenuti rigorosamente a quanto stabilito. Se gli Stati avessero creduto fermamente nella strategia di Lisbona, attuandone le diposizioni e perseguendone i comuni obiettivi, la situazione ora potrebbe essere diversa.

I governanti continuano dunque a formulare obiettivi estremamente ambiziosi e a prevedere scenari irrealizzabili che rimangono sogni in cui nessuno davvero crede.

Manuela Mischitelli

A CHE PUNTO E’ L’EUROPA

6 aprile 2009

A 52 anni dalla firma dell’Atto di Roma che sanciva la nascita della CEE per costruire un’Europa Unita ancora moltissimo resta da fare. La bocciatura irlandese del “Trattato di Lisbona” (versione peraltro alleggerita della già pluririfiutata Costituzione Europea) è solo l’ultima spia di un malfunzionante meccanismo di integrazione e di costruzione dell’identità europea. In mezzo secolo di attività la classe politica, i burocrati e gli ingegneri sociali che hanno pilotato dall’alto il progetto di unificazione del Vecchio Continente si sono concentrati solo concetti come PIL, disavanzo pubblico, inflazione, moneta unica. In una parola sull’economia. L’ampliamento verso Est dell’Unione veniva mascherato dalla solita retorica dei Diritti Umani e della democrazia mentre si mirava ad annettere nuovi mercati e nuovi consumatori, appena usciti dall’oppressione comunista e desiderosi di partecipare al “benessere occidentale”. Nessuna visione globale, nessuna prospettiva strategica, nessun mito mobilitante: le uniche regole vincolanti erano quelle di Maastrich ovvero deficit massimo al 3% e divieto di interventi pubblici nelle imprenditoria. L’inflazione come male assoluto e moneta pesante come la scuola neoliberista dettava. Se quindi nessuno si sogna di mettere in discussione il ruolo dell’Europa come motore economico-finanziario va però ravvisata la sua assenza come attore politico dalla scena mondiale. Manca una politica estera comune (e un esercito europeo per farla risultare credibile) e ogni Stato nazionale va in ordine sparso quando si presentano scenari di crisi. Sul piano ideale e politico mancano elementi di differenziazione qualitativa dagli Usa e anzi larga parte delle classi dirigenti e dell’opinione pubblica sono felicissimi di ciò, ritenendo un merito quello di appartenere al grande club atlantico. Una copia pallida e subalterna agli interessi di oltreoceano, ecco quello che continua a essere essenzialmente l’Unione Europea. Che non stia scritto da nessuna parte che debba essere ineluttabilmente così lo stanno a dimostrare le azioni politiche di uomini come De Gualle, Craxi, Papandreu, Felipe Gonzalez, Waldheim, Kohl o Mitterrand che hanno manifestato resistenze o varianti di tutto rilievo. Per sviluppare un’identità europea occorrerebbe costruire anzitutto il Mito fondante, stilema intorno al quale si sono aggregate tutte le comunità umane storicamente conosciute dai clan agli Stati nazionali. Non dovrebbe essere difficile se se ne avesse la volontà attingere a millenni di storia e cultura selezionando i filoni più fertili come quello classico e mediterraneo greco-romano, quello ghibellino e mitteleuropeo celtico-germanico o come quello moderno e mobilitante della Rivoluzione Francese, dell’epopea napoleonica e dei Risorgimenti Nazionali che ne sono figli. Elementi comuni a tutta l’Europa. Persino il momento più tragico del nostro continente, quello delle due guerre mondiali, (definite giustamente come una “lunga guerra civile europea”) potrebbe essere usato come cemento con il quale costruire una casa comune. Certo non è facile. Ci vuole tempo e soprattutto una volontà. Non è di sicuro con una bandiera di cui quasi la totalità dei cittadini europei ignora il significato, un inno bellissimo ma con i rimandi indefiniti e una festa nazionale dalla data sconosciuta che si costruisce una patria comune. Tutti questi sono solo accessori che debbono innervarsi su una veste già pronta che al momento ancora non esiste. Non è di certo gridando Europa a ogni piè sospinto o sponsorizzando istituzioni che appaiono a tutti come grigie, lontane e fondamentalmente inutili (si prenda il Parlamento Europeo il cui potere decisionale è minimo essendo quest’ultimo totalmente delegato alle Commissioni) che si farà l’Europa. Ma individuando invece un architrave comune ai popoli europei, la cui forma mentis specifica è innegabile nonostante il processo di deculturazione portato avanti dalla globalizzazione sia devastante, bandendo ogni razzismo intraeuropeo secondo il quale ogni Francese o Italiano dovrebbe sentirsi più vicino ad un Americano piuttosto che ad un Greco o un Lettone (ma non ci sono basi militari europee negli Usa mentre non si può dire il contrario) e reclamando un ruolo centrale per l’Europa nel mondo che le spetta per attualità culturale, eredità storica e ubicazione geografica essendo nella posizione per mediare con i Paesi africani, arabi e asiatici, nonché con quell’isola di europeità fuori dall’Europa che è l’America Latina. E’ cronaca di questi giorni l’ultimo abbozzo di un asse euro-russo per assicurare indipendenza energetica ai Paesi europei. Si tratta ancora una volta di temi economici, ma è un inizio. Un inizio per edificare una cosa che non è mai esistita e che per questo non deve essere pensata come “terra dei padri” ma come l’ha definita il massimo spirito critico-poetico europeo degli ultimi sette secoli ovvero “terra dei figli”. (Giovanni Pucci)

L’Unione Europea, gli Stati Uniti e una scomoda richiesta

4 aprile 2009

Il Commissario europeo per la giustizia, Jacques Barrot, ha ricevuto dagli Stati Uniti una richiesta ufficiale di collaborazione alla chiusura del carcere di Guantanamo. Una questione spinosa, che rappresenta un importante banco di prova per la rinnovata intesa che sembra essersi stabilita fra le due sponde dell’Atlantico. Washington vorrebbe che l’Europa si facesse carico di accogliere una parte dei detenuti, i Ventisette per il momento sembrano divisi: c’è chi, come Danimarca, Olanda, Austria e probabilmente Spagna, non vuole neanche sentirne parlare e chi – l’Italia fra questi – sembra invece disposto a un’apertura, anche se in seno alla stessa maggioranza di governo permangono forti divergenze sulla strada da imboccare.

Il dialogo fra Washington e Brusselles in merito alle sorti dei detenuti di Guantanamo era stato già avviato attraverso la cauta richiesta di chiarimenti avanzata dall’Ue circa il numero e la natura dei prigionieri in attesa di trasferimento. Ora le risposte dono arrivate, come ha fatto sapere lo stesso Barrot: “Ho appena ricevuto le risposte delle autorità americane sulle questioni che riguardano l’eventuale reinsediamento nell’Unione Europea di alcuni ex detenuti del centro di detenzione di Guantanamo Bay, che abbiamo presentato al governo degli Stati Uniti durante la mia visita a Washington con il ministro degli Interni ceco Ivan Langer. Le risposte – ha proseguito Barrot – consentiranno agli stati membri di valutare meglio la situazione e di alimentare un dibattito costruttivo sulle possibilità di cooperazione tra l’Ue e gli Stati Uniti su questo tema”.

È probabile che tale valutazione sarà oggetto di discussione nell’ambito del Consiglio dei ministri degli Interni dell’Unione Europea in programma il prossimo 6 aprile; la soluzione che sembra prospettarsi, come lo stesso Barrot ha lasciato intendere, è quella di accordi bilaterali fra gli Usa e quegli Stati membri che siano disponibili ad accogliere ex detenuti.

La questione che si profila è in realtà ben più complessa di quanto appaia e si colloca nel già molto problematico terreno delle renditions (i trasferimenti extragiudiziali da uno Stato a un altro): la chiusura di Guantanamo pone infatti un ineludibile problema rispetto alla giudicabilità. Su 260 persone detenute nel carcere, soltanto 21 hanno un capo d’accusa formulato nei propri confronti; il che significa che gli Stati Uniti possono giudicare meno del 10% di questi prigionieri (e Obama ha già abolito le corti speciali, pertanto il processo nei loro confronti dovrà ricominciare dal principio). Gli altri potrebbero essere sottoposti a giudizio nei loro Paesi d’origine, qualora vi fossero stati incriminati, o addirittura essere del tutto ingiudicabili. In quest’ultimo caso, che è quello che coinvolge più da vicino l’Unione Europea perché si deve ritenere che a questa categoria appartengano i candidati al trasferimento al di qua dell’Oceano, è evidente che viene a decadere il criterio da cui dipende la stessa detenzione, vale a dire un ordine: non essendo imputabili, gli ex detenuti non coperti da capo d’accusa non sono neanche incarcerabili. Se dunque la richiesta statunitense dovesse essere accolta da Brusselles, il problema che verrà a crearsi sarà relativo alle forme di controllo cui sottoporre gli ex detenuti, in ordine a un loro inserimento sociale che ne eviti la confluenza nell’alveo della criminalità. L’Europa dovrà così bilanciare l’esigenza di non importare insicurezza entro i propri confini con l’obbligo di non adottare un sistema detentivo illegale. È questa la sfida che lancia la lettera giunta da Washington sul tavolo del Commissario Barrot.

Valeria Meta

SEQUESTRO MEDICI SENZA FRONTIERE IN DARFUR: SI TRATTA

4 aprile 2009

di Alessio Fabrizi

(BASSO 23) 13 Marzo 2009 - ROMA. Negoziati sono in corso per la liberazione dei tre operatori umanitari internazionali di Medici senza frontiere (MSF), rapiti mercoledì 11, alle 20 locali circa, a Serif Umra, nel Darfur settentrionale, uno dei tre stati che compone l’omonima regione occidentale sudanese teatro dal febbraio 2003 di un conflitto interno. Lo sostiene questa mattina il ‘Sudanese media centre’, fonte di informazione governativa, citando il governatore dello stato del Darfur settentrionale: Osman Mohammed Yousif Kibir ieri ha avuto una conversazione telefonica con i rapitori i quali “hanno affermato che non vogliono ricorrere alla violenza; tuttavia hanno chiesto un riscatto in denaro per il rilascio delle vittime”. Inoltre Kibir ha fatto sapere che attraverso i due dipendenti sudanesi di Msf rilasciati i rapitori hanno inviato un numero di telefono per i negoziati.
Il quotidiano arabo ‘al-Hayat’ aggiunge che i rapitori “hanno chiesto che la Corte Penale internazionale ritiri il mandato di cattura contro al-Bashir in cambio della liberazione degli ostaggi”.
Sulla stampa locale e internazionale circolano molte speculazioni sull’identità dei rapitori, e sulla possibile località in cui i tre operatori di Msf - l’italiano Mauro D’Ascanio, originario di Vicenza e non di Verona come era sembrato in un primo momento, il francese Raphael Meonier e la canadese Laura Archer - sarebbero trattenuti, ma su nessuna, finora, si hanno conferme sufficienti.
La Farnesina ha chiesto il massimo riserbo sulla vicenda per «non intralciare gli sforzi intrapresi per assicurare l’incolumità dell’ostaggio e favorire la positiva conclusione della vicenda».

La storia? Corre anche sul Web

4 aprile 2009

Siamo abituati ad associare lo studio della storia al libro, includendo in questa categoria anche le riviste, i saggi, i romanzi storici e tutto ciò che sia comunque legato al formato cartaceo. E’ comodo e maneggevole, e ha la possibilità di poter essere letto anche a lungo senza stancarsi, rispetto alla lettura sullo schermo di un computer.

Fermo restando questo aspetto, l’informatica, e in particolare la Rete, ci possono però aiutare per spunti di approfondimento, e per la possibilità di visualizzare documenti originali o filmati d’epoca. In definitiva, la Rete ci viene incontro nelle prime e nelle ultime fasi della nostra ricerca: per cominciarla e capire come e dove muoversi, e per delinearne gli ultimi dettagli.

Vediamo dunque in rassegna qualche sito gratuito utile, con particolare riferimento all’Italia e alla sua storia più recente.

Leggi il resto di questo articolo »

Racconto e memoria. Una chiacchierata con Sandro Portelli

4 aprile 2009

L’eccidio delle Fosse Ardeatine rappresenta una vicenda problematica sotto molteplici aspetti: storico e sociale, ma anche mediatico e storiografico. Ne parliamo con Sandro Portelli, autore del libro “L’ordine è già stato eseguito”, vincitore del Premio Viareggio 2000.

Professor Portelli, ad essere chiamato in causa nell’episodio delle Fosse Ardeatine è innanzitutto il concetto di verità, perché alla realtà dei fatti - l’attentato, la rappresaglia - si sovrappone la mistificazione - il presunto manifesto che invitava i partigiani a presentarsi. Cosa succede allo statuto della verità storiografica?
“La verità fa problema perché accanto a quella vera ce n’è un’altra ed è quella del falso. E’ vero che si è diffusa la convinzione che il manifesto fosse stato affisso, ma ciò non toglie che le prove dicano che così non è stato. Gli stessi vertici del comando nazista hanno ammesso che i partigiani non furono mai invitati a consegnarsi, che non vi fu alcun avvertimento della rappresaglia: che interesse avrebbero avuto a mentire? I fatti ci dicono che le cose andarono così e per quanto una credenza possa essere diffusa e consolidata, il suo valore è nullo di fronte alla realtà dei fatti. Il manifesto è nient’altro che una leggenda metropolitana, anche se quando usai per la prima volta quest’espressione mi si accusò di banalizzare. In realtà essa va compresa nel suo significato autentico: una leggenda che nasce e si consolida nella città e che risponde all’esigenza di dare un senso all’assurdo. La risposta dei nazisti all’attentato - 10 italiani per ciascun tedesco ucciso - è talmente spropositata, talmente irrazionale e assurda, da ammettere due possibili reazioni: o l’ammissione della sua assurdità, una sorta di ammutolimento davanti all’orrore, o il tentativo di razionalizzazione, di dare una spiegazione che in qualche modo renda conto dell’orrore, lo inquadri nel circuito giuridico del delitto e del castigo. Ed è precisamente così che opera una leggenda, creando un racconto che spieghi ciò che non ha spiegazione. Ma quando la leggenda non è più suscettibile di modifica, quando si è talmente consolidata da non ammettere di essere rettificata neanche dall’evidenza dei fatti, allora vuol dire che è diventata un mito. Contro il mito non c’è verità empiricamente dimostrata che tenga. Ecco, quello che succede nella vicenda delle Fosse Ardeatine è esattamente il passaggio da leggenda a mito. E’ come con la fede: ci possono essere tutte le prove possibili del fatto che Cristo non sia risorto, ma la necessità di credere che sia vero le spazza via tutte, è troppo più forte.”

In questo senso può aver giocato un ruolo decisivo il linguaggio? Tanto nel proclama che annunciava l’avvenuta esecuzione della rappresaglia quanto nell’editoriale dell’Osservatore Romano compaiono termini a forte coloritura religiosa.
“Nell’editoriale si parla di ‘persone sacrificate’, un’espresione agghiacciante se si pensa che il ’sacrificio’ è letteralmente l’atto di rendere sacro qualcosa. In realtà più che propriamente religioso, lo sfondo su cui si muovono entrambi i testi è quello giuridico: il sacrificio ha ristabilito l’ordine che l’attentato aveva sconvolto. Attenzione, perché l’uso di un simile lessico implica la stessa logica del ‘martire’ e dell’ ‘Olocausto’. Questa è una questione per la quale mi batto da anni senza risultati. Lo sa quand’è che in Italia abbiamo cominciato a parlare di ‘olocausto’? Dopo che negli Stati Uniti fu prodotta la serie televisiva ‘Holocaust’; ma in inglese ‘holocaust’ non significa ‘olocausto’, bensì ‘tragedia, devastazione’ e traduce piuttosto l’ebraico ’shoah’. La dimensione del sacrificio è completamente estranea a questi termini; come spesso accade, ci serviamo si una traduzione sbagliata e finiamo per non comprendere il senso autentico di una parola.
Tornando all’Osservatore Romano, al di là del portato cristologico che sta dietro a questa semantica, l’inquadramento della vicenda entro una logica sacrificale ha l’intento di dare un senso a ciò che apparentemente non ce l’ha. In realtà l’azione dei nazisti rispondeva a una precisa strategia: terrorizzare Roma per impedire qualsiasi tentativo di insurrezione. Le Fosse Ardeatine erano un messaggio per la città.”

E cosa successe in città dopo il 24 marzo? La strategia funzionò?
“Funzionò alla perfezione: da un lato ebbe l’effetto di provacare divisioni in seno ai comitati di resistenza, dall’altro rallentò il flusso di convogli militare a Roma, il che fece sì che i bombardamenti diminuirono. [sorride] Se sono vivo lo devo a questo…
Bisogna comunque dire che Roma non collaborò mai. Mai. Roma sopravvisse a un’occupazione che sarebbe potuta finire prima se gli Alleati non si fossero bloccati [sulla linea Gustav, vicino a Cassino, ndr] anche per via di quella sorta di ansia del ‘chi arriva primo a Roma’ che s’era diffusa fra i comandanti alleati. I Romani erano reduci da un inverno terribile e quella delle Fosse Ardeatine non era la prima rappresaglia nazista. C’era stato il rastrellamento del Ghetto, di lì a poco ci sarebbe stato quello del Quadraro, poi la fucilazione a La Storta. Insomma, Roma resisteva sopravvivendo perché molto spesso era la stessa sopravvivenza a costutuire un atto di resistenza e il confine fra le due cose era estremamente labile.”

Nell’introduzione al suo libro, Lei pone l’accento sul racconto come enunciato, sorta di atto che interviene sulla realtà. Quale tipo di memoria può rispondere a quest’esigenza?
“Intanto è bene che si continuino a deporre corone commemorative alle Fosse Ardeatine, al Portico d’Ottavia eccetera. Poi è chiaro che l’unico modo per tenere davvero in vita la memoria è impegnarci ogni giorno nella vita della democrazia con gli strumenti che abbiamo a disposizione. E’ per questo che mi fa uno strano effetto quando sento uno come Fini, che pure è una persona intelligente, che da una parte riconosce la verità sulle Fosse Ardeatine e l’esigenza di ricordare quella vicenda, ma dall’altra parla di cambiare la Costituzione in senso presidenziale. E’ vero che in Francia il presidenzialismo è nato con De Gaulle che era capo della resistenza ma insomma…”

Ascolto e testimonianza sono due momenti che si coimplicano. Come fare oggi a tenere vivo l’ascolto?
“L’ascolto presuppone unattenzione che purtroppo si tende a perdere. Se ci fa caso, la maggior parte dei programmi televisivi presuppongono una soglia dell’attenzione molto bassa se non nulla. Dovrebbe essere la scuola a educare all’attenzione, ma non sempre lo fa. In questo senso è fondamentale la narrazione orale, cui deve corrispondele la disponibilità a stare ad ascolatare. E’ uscito da poco un libro, si intitola ‘Uno fra i tanti”, che parla di Orlando, un ragazzo morto alle Fosse Ardeatine. Aveva 17 anni ed era un partigiano. Io non dico che i nostri diciassettenni debbano fare i partigiani, per carità, ma almeno avere la disponibilità all’attenzione per rendersi protagonisti e non meri spettatori della memoria, questo sì. E’ vero che i testimoni diretti tra poco non ci sarano più, ma ci siamo noi; e se sapremo ascolatre e poi renderci protagonisti con le nostre azioni, allora saremo noi i testimoni.”

Dal suo libro è stato tratto lo spettacolo di Ascanio Celestini, ‘Radio Clandestina’. Che ne pensa?
“Fantastico. Innanzitutto però bisogna dire che il suo spettacolo non è tratto, bensì ispirato al libro perché non riporta parola per parola quello che c’è scritto, ma costituisce un’opera d’arte del tutto autonoma. E si può dire che sicuramente ha avuto il merito di arrivare molto più del libro, che pure è stato tradotto e ha ispirato ballate e altri generi letterari. Ecco, se proprio si vuole ricercare il successo del mio libro, credo sia nel fatto che ha dato origine a tanti altri racconti.”
Valeria Meta

Indice di sviluppo umano 2009: al via il processo partecipativo

3 aprile 2009

All’Ufficio delle Nazioni Unite per lo sviluppo umano sono in corso i preparativi per la realizzazione del Rapporto sullo sviluppo umano 2009. Presentato ogni anno dal 1990, ha un tema di fondo che guida l’analisi della prima parte di ciascun documento: povertà, globalizzazione, accesso all’acqua, democrazia, diritti umani eccetera sono stati alcuni degli argomenti delle passate edizioni. Nella seconda, contiene i dati statistici veri e propri (l’anno scorso risultò prima l’Islanda).

Il precedente Rapporto, dedicato ai cambiamenti climatici, era stato presentato a Brasilia nel novembre del 2007, ma ha trovato un’ulteriore occasione di visibilità nella Conferenza delle Nazioni Unite sul clima, svoltasi a Poznam dal primo al 12 dicembre. In questa occasione, è stata anche riproposta - la precedente installazione è avvenuta nel Palazzo di vetro a settembre - una mostra dal titolo One Planet, One Chance.

Il tema scelto per il 2009 è quello delle migrazioni, nel contesto dei cambiamenti demografici, delle diseguaglianze sociali che spesso le causano, e delle opportunità che possono generare, con attenzione ai fenomeni nuovi, come le migrazioni stagionali o di breve termine, e alle politiche dei paesi riceventi.

Leggi il resto di questo articolo »