Silvia Koch, 17 aprile 2009
“La programmazione regionale del decimo Fondo Europeo di Sviluppo (Fes) dipenderà dall’esito dei negoziati degli Economics Partnerships Agreement (Epa). Se le trattative non si dovessero concludere entro i limiti stabiliti, è utile ricordare che l’elargizione del Fes coincide con la deadline fissata per questi stessi accordi, ovvero il primo gennaio 2008. I 95 milioni di euro stanziati per i programmi regionali verranno decurtati del 45%. Un taglio del 26% verrà effettuato, invece, se l’accordo Epa non concernerà misure relative alla protezione dei diritti di proprietà intellettuale e alla liberalizzazione degli investimenti come dei servizi“.
Questa frase compariva in una mail scritta il 30 luglio 2007 da Francesco Affinito, allora responsabile dello sviluppo per l’area Pacifico presso l’Unione europea.[1] Il messaggio era indirizzato ai ministri del commercio degli Stati Acp (ex-colonie dell’Africa, dei Carabi e del Pacifico), in quei giorni riuniti a Vanuatu per discutere, appunto, degli Epa. Il significato delle parole di Affinito è chiaro: “cari ministri, se volete i soldi dovete firmare gli Epa”. Così, il vecchio continente poneva delle condizionalità sugli aiuti, al fine di spingere i paesi Acp ad accettare la liberalizzazione commerciale. Una partnership tra un gatto e un topo, più che una cooperazione per promuovere uno sviluppo economico globale e coerente.
Eppure, in origine gli Epa erano stati presentati come una soluzione alla diseguale distribuzione delle risorse nel mondo. L’idea alla base di questi accordi di partenariato, sottoscritti a Cotonou (Benin) nel 2000, è riconducibile allo spirito che ha animato nel 1975 l’incontro di Lomé, capitale del Togo. In tale occasione, l’Unione Europea si è impegnata ad assicurare un trattamento speciale alle ex-colonie (i paesi Acp), nell’ambito delle relazioni commerciali. Il principio delle “preferenze commerciali non reciproche“, che, si pensava, avrebbe consentito agli Stati poveri di uscire dalla condizione di sottosviluppo, ha ispirato la prima Convenzione di Lomé, come anche numerosi altri trattati, firmati in seguito al fine di rinnovare gli impegni sottoscritti nel 1975.
Un nuovo approccio alle relazioni economiche dunque, che si poneva come obiettivo la nascita di una zona di libero scambio fra Europa, Africa, Caraibi e Pacifico, in modo da creare le condizioni per una maggiore uguaglianza fra gli Stati e la possibilità, per le 76 ex-colonie, di beneficiare delle opportunità derivanti dal commercio con l’Ue. Strumenti privilegiati da questa teoria del mercato unico dovevano essere l’integrazione regionale Sud-Sud e un rafforzato rapporto di fiducia fra Nord e Sud (che avrebbe favorito un incremento dell’investimento privato nei paesi più poveri). Nel 2002 solo il 3% delle importazioni dell’Ue era costituito da prodotti provenienti dai paesi emergenti dell’Acp e il 65% di tali esportazioni era rappresentato da materie prime. Gli Epa apparivano, allora, come una misura non solo adeguata, ma urgente.
In seguito, numerosi studi hanno fatto notare che il 97% delle merci importate dalla zona Acp erano già esenti dai dazi (il che dimostra che il mercato comune avrebbe portato giovamento solo all’Ue). Inoltre, alcuni ricercatori hanno provato a quantificare i costi immediati e di lungo periodo degli Epa sui paesi Acp. Paradossalmente, la liberalizzazione sfrenata degli scambi economici si è tradotta in un’invasione di merci e investimenti europei sulla scena mondiale. L’apertura non controllata dei mercati ha avviato, così, un rapporto tra partners diseguali, privando i paesi Acp di tutta una serie di protezioni sulle proprie produzioni, loro indispensabili per non soccombere alla concorrenza internazionale.
Il Commonwealth Secretariat ha stimato che nei primi cinque anni di applicazione degli accordi gli Stati contraenti avrebbero subito una perdita di 9,2 miliardi di dollari, in termini di gettito fiscale, posti di lavoro, industrie costrette a chiudere sotto la pressione della concorrenza europea, spese di adeguamento delle proprie strutture produttive e amministrative. Stiamo parlando di previsioni che non considerano, fra l’altro, l’impatto sociale, ambientale e l’ipoteca su ogni possibilità di sviluppo autonomo futuro.
A sua volta, l’Uneca, la Commissione economica delle Nazioni Unite per l’Africa, ha stimato che, come conseguenza dell’abbassamento dei dazi, la Nigeria avrebbe perso, sempre a causa dello sgravio fiscale, 427 milioni di euro; il Ghana 193 milioni; il Cameroon 149 milioni; infine il Kenya 107 milioni. Per fornire un elemento comparativo, la riduzione delle entrate pubbliche per l’Uganda sarebbe stata equivalente alla spesa annuale destinata dal paese all’istruzione.
Nel 2003 la stessa Unione europea ha commissionato alla PricewaterhouseCoopers[2] uno studio sulle conseguenze degli Epa, dal quale emerge che tali accordi contribuiranno a soffocare la nascita di un’industria nazionale, a ridurre le esportazioni dei prodotti tradizionali, infine a favorire l’esplosione di conflitti interni e lotte per le risorse, nei paesi in via di sviluppo.
“L’Africa non ha bisogno di più commercio internazionale e nemmeno di più aiuti, se la condizione è l’apertura dei propri mercati. Ha bisogno semplicemente di regole economiche più giuste che gli Epa non le garantiranno. È necessario un maggior coinvolgimento della società civile e delle organizzazioni contadine dei paesi Acp nei negoziati, allo scopo di ricondurli finalmente alla loro originaria dimensione di sviluppo“. È questa la tesi del movimento “L’Africa non è in vendita”, che si è sviluppato dopo che questa serie di studi approfonditi hanno fatto luce sulle reali conseguenze degli Epa. Un movimento che coinvolge numerose associazioni della società civile italiana, tutte impegnate nella critica serrata al liberismo commerciale promosso Omc (Organizzazione Mondiale del Commercio) e dall’Unione europea.
Chi pagherà, ancora una volta, il prezzo di una liberalizzazione sfrenata, se a questo approccio partecipativo non verrà lasciato spazio? I paesi Acp hanno più volte chiesto all’Ue di risolvere la questione dei costi di attuazione attraverso uno stanziamento di fondi da includere negli accordi Epa. Tuttavia, questa proposta è stata sempre rifiutata, dal momento che - si è detto- “gli Epa sono strumenti prettamente commerciali, che esulano, quindi, dal settore degli aiuti. Il supporto economico andrebbe piuttosto delegato al Fes”. Si tratta di un fondo intergovernativo il cui ammontare è frutto dello stanziamento di ogni singolo paese membro e la cui gestione è affidata alla Commissione europea. Nel 2007, in occasione della formulazione della decima edizione del fondo, l’Ue ha affermato più volte che una parte significativa sarebbe stata dedicata a programmi regionali e nazionali di integrazione e assistenza al commercio.
Ma la condizione posta dall’Europa affinché i paesi poveri possano godere di queste risorse monetarie è spiegata bene dalle parole di Affinito, con le quali abbiamo aperto l’articolo. “Sottoscrivere un trattato, al fine di ottenere i soldi necessari ad arginare i danni derivati da quello stesso negoziato”. Un cane che si morde la coda, insomma.
[1] Nel 2007 la mail era stata resa pubblica da Oxfam Nuova Zelanda.
[2] La Pwc è una società multinazionale specializzata nella consulenza in materia fiscale, di revisione del bilancio, di outsourcing contabile e legale.